28/04/14

LOVERS di Isabella Santacroce

Quando ritorno al paese dove ho vissuto l'adolescenza, inizio con il perlustrare le librerie di casa, dove sotto una leggera coltre di polvere vintage, giacciono opere, raccolte, manuali, libri datati e altri recenti. 
Olio su Tela, Massimo De Pace
Isabella Santacroce, Olio su Tela di Massimo De Pace 
Tutti, però, in attesa di essere riaperti e riletti. 
Tra questi si trovava Lovers di Isabella Santacroce. 

Copertina semplice, poche pagine: lettura pomeridiana scelta. Tempo impiegato: due ore scarse. Trama: due ragazze si conoscono, nasce un'amicizia profonda; una delle due si innamora dell'altra; quest'ultima si innamora del padre dell'amica; sullo sfondo i loro genitori ipocriti, falsi; 

un amore dichiarato, spezzato, finito, mai iniziato, forse; una verità finale lacerante; la morte pensata, decisa, voluta come l'unica vendetta possibile per il dolore e l'incomprensione subiti.
Storie giovanili, drammi adolescenziali scritti in prosa poetica o poesia prosata: un prosometro in versi liberi. 
La Santacroce descrive i vari amanti del suo libro accennando semplicementi alcuni gesti, alcune abitudini, alcune parole. Scopriamo una moglie infedele, un marito superficiale, una finta felicità matrimoniale, un'amicizia tradita.
Un libro che dice poco di nuovo e lo dice in un modo che non lascia traccia alcuna. 

05/03/14

Un eroe del nostro tempo

da Un eroe del nostro tempo
Vasco Pratolini

"I giornali che hai avuto tra le mani in questi mesi, i documentari che hai visto nei cinema, le celle di tortura, le camere a gas, possibile non ti abbiano fatto riflettere? e se non te ne senti responsabile, perché tu ignoravi tutto questo, possibile che almeno tu non ti senta tradito? e non ti sfiora il pensiero che la tua idea di libertà e di patria la difendessero proprio coloro che stavano dall'altra parte della barricata?"



Giuseppe De Nittis Effetto di neve, 1880



"Non si chiedeva nulla, né del passato né dell'avvenire, estranei a quel presente così intensamente vissuto. Era una creatura persuasa a sé, che stringeva il mondo nel pugno e lo tratteneva senza sforzo e senza presunzione. 

Pensava ad Elena, ed ella bloccava il tempo con la sua figura."

29/01/14

Incontro con Luca Zingaretti e "La torre d'avorio"

Al Teatro Sociale Trento

Appuntamento con il FOYER DELLA PROSA, un’iniziativa curata dalla professoressa Sandra Pietrini, in collaborazione con il Centro Servizi Culturali S. Chiara. Incontro con Luca Zingaretti 24/01/2014

"La torre d'avorio" 










La torre d'avorio (titolo originale Taking sides)
di Ronald Harwood
traduzione Masolino d'Amico
scene Andrè Benaim
costumi Chiara Ferrantini
luci Pasquali Mari
regia Luca Zingaretti

Personaggi e interpreti:
Il maggiore Steve Arnold - Luca Zingaretti
Emmi Straube - Caterina Gramaglia
Tenente David Wills - Paolo Briguglia 
Helmuth Rode - Gianluigi Fogacci
Tamara Sachs - Francesca Chiocchetti
Wilhelm Furtwängler - Massimo De Farncovich 


Trama
Berlino 1946.I militari americani stanno svolgendo le indagini preliminari su presunti collaborazionisti del regime nazista da portare a Norimberga per il processo.
Tra i collaborazionisti viene individuato il famoso direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler, che non era nazista, anzi detestava le politiche del Terzo Reich. A differenza di molti intellettuali trasferitisi all'estero, il direttore decise di rimanere. Scelta dettata dalla sua passione per la musica, per l'arte, convinto che la fiaccola della cultura non debba mai spegnersi.
Consapevoli del carisma e del fascino che esercita sulle persone, gli americani affidano l'indagine ad un Maggiore che odia la musica, un rozzo  plebeo che disprezza il fare borghese.
Due personaggi molto diversi, il Maggiore e il Maestro, ognuno convinto delle proprie ragioni, uno scontro-dibattito che suscita interrogativi, a cui l'autore non propone risposte, ma sollecita il pubblico a dare la propria opinione: svolgere un'attività artistica equivale a collaborare? 

Francobollo commemorativo, Germania, 1986










Luca Zingaretti, ai più conosciuto come Il commissario Montalbano, e la sua compagnia teatrale ci regalano un incontro per parlare e per discutere del suo ultimo spettacolo La torre d'avorio.
Zingaretti ritorna a Teatro e, nella doppia veste di attore-regista, interpreta e dirige Taking sides di Ronald Howard, soggetto dell'omonimo film (uscito in italiano con il titolo A torto o a ragione) diretto da Ivan Lazsbo nel 2001.
Presa la parola il regista-attore ci racconta dell'importanza che ha avuto per lui la partecipazione dell'attore 
Massimo De Francovich, a cui si è rivolto per la parte del direttore d'orchestra.
"Quando ho pensato di realizzare questo testo, ho subito pensato a lui nelle vesti di Furtwängler. De Francovich era l'attore ideale per quella parte. Se avesse rifiutato il ruolo, non avrei continuato. Senza di lui non avrei portato in scena lo spettacolo!"
Ci vengono poi introdotti i personaggi-testimoni, i cui racconti produrranno elementi per stabilire quanto il Maestro Furtwängler fosse inserito attivamente nel governo del Terzo Reich.
Il primo teste è Helmuth Rode, violinista dell’orchestra nazionale; un secondo violino di poco talento che sostiene con convinzione l’avversione di Furtwängler al regime.
La seconda testimone è la vedova di un pianista ebreo Tamara Sachs; una donna in bilico tra disperazione e follia, in cerca del marito, Walters Sachs, un pianista ebreo che Furtwängler aveva salvato. Ma i vari elettroshock le hanno creato, oltre a vuoti di memoria, una difficoltà nel discernere il reale dal fantastico, arrivando a domandarsi se davvero fosse mai esistito un marito o fosse solo frutto della sua immaginazione.
"Il personaggio, interpretato dalla Ciocchetti, rappresenta l'irrazionale. La vedo come una Cassandra, che vaga disperatamente raccontando la sua storia, ma non viene creduta. Si rapporta alla vicenda in modo fanciullesco, infantile quasi. Irrazionale appunto. Così come fanno i folli, i pazzi, i bambini, ci aiuta a vedere le cose da una prospettiva diversa."(Zingaretti).
Emi Straube, invece, è la traduttrice e segretaria, invischiata a suo tempo nel Golpe contro Hitler. Un personaggio taciturno, che "parla con i silenzi. O meglio: decide di non parlare, lascia che sia la musica a farlo. Bisogna farsi trasportare dalla musica" (Gramaglia).
Il Tenente David Wills è un ebreo scappato dalla Germania, i cui genitori vennero perseguitati dai nazisti, ma ciononostante riconosce il merito artistico e intellettuale del Maestro. "E' un personaggio garantista. Comprende la scelta del direttore Furtwängler che, a differenza di tanti artisti che hanno lasciato la Germania, decide di rimanere, per amore e passione per la sua arte: la musica!" (Zingaretti).



Un momento dell'incontro
Ma come è nata la volontà di portare in scena proprio questa dramma?
"Stavo cercando un testo per il mio debutto alla regia, dopo la bella esperienza con La Sirena. Dopo averlo letto ho capito subito che sarebbe stato perfetto. Non è un semplice testo che affronta ciò che è giusto o sbagliato. Non è né il compito del teatro stabilire ciò, né il mio. Ma affronta un tema a me molto caro e che di questi tempi sembra essere assente nella  nostra vita quotidiana. Parlo della RESPONSABILITA'. E' di questo che si parla: di responsabilità. Perché le cose migliorino anche un minimo, ognuno dovrebbe tornare a fare il proprio dovere!".
Parlando poi della messa in scena, l'attore de Francovich ci spiega che "In scena abbiamo la compresenza di 
due personaggi agli antipodi: un Maggiore impassibile, tutto d'un pezzo, non acculturato, un uomo d'azione più che di pensiero, a cui è contrapposto un Maestro d'orchestra, intellettuale, indubbiamente acculturato, per il quale la musica è tutto. Il Maggiore rimane immobile, fermo nelle sue convinzioni. Mentre il Maestro pian piano si disvela, perde le sue certezze."
Nello specifico il suo personaggio "(Furtwängler) non è mai stato complice del nazismo, salvò anche alcuni ebrei membri della Filarmonica di Berlino dai campi di concentramento. Ma si insinua un'ombra su di lui, dal momento che rimase a Berlino e, soprattutto, venne considerato come 'il direttore ufficiale del regime'. 
E' il suo amore per la musica che lo salva dall'orrore che si espande intorno a lui. E' l'animo passionale dell'artista che per amore dell'arte commette degli errori. Errori perdonabili."
Che ruolo svolge la musica, quindi?
"La musica è la vera protagonista. Durante tutta la rappresentazione abbiamo la presenza di Beethoven che ci accompagna. Anche gli altri protagonisti sono tutti appassionati di musica. Tranne il Maggiore, scelto proprio perché non conosce né il Maestro, né l'importanza della musica."
L'attore De Francovich, inoltre, ci spiega che è sempre stato affascinato dai personaggi considerati negativi: "Mi piace svelare e scoprire ogni lato dei personaggi e mostrarli al pubblico."
Il gruppo di attori ci lascia, in vista dell'inizio dello spettacolo, ricordandoci che il compito del teatro non è dare risposte, ma di insinuare nello spettatore il dubbio.
Dal teatro si esce con delle domande, non con le risposte.



26/01/14

La donna della domenica


Un giallo targato Italia e scritto a quattro mani da Fruttero e Lucentini.
"...a Parigi, nel 1953, le due linee di questa storia si incontrarono, per caso, in un alberghetto di Montmartre. Fruttero disse qualcosa, Lucentini farfugliò e poi sorrise..."1.
Dopo pochi anni i due iniziano a lavorare in qualità di redattori per la casa editrice Einaudi, per poi passare alla Mondadori, dove divennero i curatori della rivista di fantascienza Urania.
Fu così che "nel 1965, un poco per passare il tempo, un poco per obbedire al loro genio tardivo, cominciarono a scrivere insieme un romanzo giallo, che sette anni dopo diventò La donna della domenica"1.
Troviamo nel romanzo sia  sarcasmo e ironia tagliente, sia una fredda e cruda analisi dei personaggi, perlopiù meschini, avidi e insofferenti verso gli altri.
Siamo nel 1972, in una Torino industrializzata e invasa da operai "terroni",  con strade affollate da utilitarie e la media e piccola borghesia in ascesa sociale.
Nel trambusto di una città che si appresta a diventare metropoli, un caso di omicidio, apparentemente di facile risoluzione, diventa il centro di intrighi, di storie che si snodano e si intrecciano, di personaggi strambi, irriverenti, snob ed intraprendenti.
La vittima è il geometra/pseudo-architetto Garrone: un solitario, marpione, scroccone, inetto,  che cerca una sorta di riscatto sociale.
Ucciso nel suo pied- à- terre con un colpo alla testa da un'arma non convenzionale: una riproduzione in pietra di un fallo.
Il caso è affidato al Commissario Santamaria, un integerrimo poliziotto di origini meridionali.
Particolarità che lo rende attraente agli occhi di Anna Carla, la quale, in quanto "moglie di un industriale del
continente, dev'essere alta e bionda per forza, scherzò il commissario con riesumato accento insulare".
Anna Carla Dosio fa parte della nuova borghesia torinese. La donna conduce una vita vuota; si divide tra chiacchere e confidenze con il suo amico Campi e la ricerca di un amante, giusto per equilibrare il comportamento fedigrafo del marito.
Massimo Campi, invece, un non più molto giovane borghese, ha una relazione con Lello Riviera, più giovane di lui e ancora entusista della vita di coppia, ma che si scontra con l'atteggiamento apatico e rassegnato del Campi.
Massimo e Anna Carla si trovano ad essere sospettati dal Commissario in quanto il Garrone risulta essere un "personaggio" di quello che loro chiamano "teatrino".
In questo teatrino fanno la comparsa personaggi di vario tipo e di diversa estrazione sociale, a cui vengono attribuiti nomignoli, comportamenti, vizi e, raramente, virtù: il loro passatempo preferito per deridere chi è al di fuori (meglio dire al di sotto) della loro sfera sociale.
Un'altra pista, suggerita grazie alla testinonianza di un vicino di casa del Garrone, mette la polizia alla ricerca di una bionda, alta, probabilmente una prostituta che batte, presumibilmente, nella zona del Parco, proprietà delle aristocratiche sorelle Tabussi.
E' Virginia Tabussi a entrare in scena in modo grottesco. Una caricatura esemplare di dama altezzosa, in continua polemica con le autorità contro depravati, voyeur, prostitute e coppie di amanti clandestini che usurpano il loro Parco. E la polizia, i vigili? Assenti! A multare le auto in divieto di sosta!
Tra galleristi d'arte, uffici comunali di sapore kafkiano, marmisti rozzi e irsuti, architetti e progetti, lapidi e gare d'appalto, ci scappa anche la seconda vittima.
Il caso, come in ogni giallo, viene risolto dal Santamaria grazie alle sue intuizioni ma , soprattutto, ad una serie di combinazioni di nomi  e fatti che, ricomposti, danno il quadro della situazione.
Molto accurate sono le descrizioni degli ambienti: uno sguardo cinematografico attento ai particolari, caratteristica dei due scrittori.
Ci propongono un affresco dei tempi che cambiano, che ritrovo ben espresso nella parte del romanzo in cui il prete Passalacqua spiega come un simbolo fallico, in antichità, rappresentasse la vita, e che oggi altro non è che una mera riproduzione in serie per motivi commerciali, per appagare un vezzo dei nuovi ricchi, di turisti, o di chiunque voglia darsi un tono di cultura.
Cultura pop direi: siamo nel '72, la riproducibilità dell'immagine in milioni di esemplari è un fatto quotidiano e Andy Warhol lo sta insegnando al mondo intero.
Tutto ciò che era sacro, sta diventando popolare, volgare. E questo volgo sta diffondendosi per Torino, portando con se palazzine popolari, dialetti e parlate nuove, vizi e passatempi non adatti alla Torinobene.
Infatti la Torinobene si ripara, cerca rifugio sui colli: il Campi, la Dosio, le sorelle Tabussi dall'alto non possono fare a meno che constatare il declino della loro città.
Come ben osserva il Commissario "Qui il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era
democratico".


Edizione:
Fruttero & Lucentini, La donna della domenica, collana Oscar classici moderni, Mondadori, 2001, pp.422.

Dal romanzo fu realizzato anche il film:
Scena Santamaria dalla Tabussi












1 - Il mistero FRUTTERO e LUCENTINI, articolo di PIETRO CITATI apparso su La Repububblica del 28 settembre 2006

24/01/14

Acciaio o Ghisa?!


Acciaio è il primo romanzo della giovane scrittrice  Silvia Avallone, da cui è stato tratto anche un film. Bene, ora che avete preso le dovute informazioni dai link, parliamo del libro, in attesa di vedere il film.
L’acciaio non si trova in natura, è una lega e basta cambiare le percentuali dei composti per ritrovarsi al suo posto la ghisa, ovvero ferraccio, di minor qualità.
Gli elementi che, a parer mio, rendono ghisa questo romanzo sono: la banalità, la monotonia, la piattezza dei personaggi, un registro linguistico privo di sfumatura, un’accozzaglia di eventi circostanziali e generalizzazioni varie ed eventuali.
Inizio la lettura del libro con tutte le migliori intenzioni. Mi incuriosiva perché ne è stato tratto un film e perché era in versione e-book gratuita su Amazon.
La vicenda, per chi non lo sapesse o non avesse usato i link sopra indicati, si svolge in una Piombino di inizio millennio tra la spiaggia, la fabbrica di acciaio, la vita periferica degli operai che vi lavorano e dell’intero indotto: bar, scuole, discoteche, malavita, etc.
Tutto fila liscio, immerso nella lettura, fino a quando, all’improvviso e inaspettatamente, non succede proprio nulla. O meglio: succede il prevedibile.
Le pagine, monotone e ripetitive, si fanno leggere senza sforzo e l’autrice ci presenta un numero di personaggi superiore al necessario.
Tra quelli primari e secondari non trovo molto differenza: privi di spessore, senza profondità, asettici.
Le protagoniste sono due tredicenni che vivono il passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale.
Un tema interessante, ma già dopo le prime battute sono vittima dell’ovvio che, purtroppo, mi accompagnerà fino alla fine.
Intorno a loro si muovono persone e vicende che si incontrano e si intrecciano, molto spesso senza apportare nulla di significativo ai fini del racconto.
Abbiamo, quindi: un padre-padrone operaio; una madre ovviamente di origini meridionali, segregata tra la cucina e il tinello; un’altra madre, la cittadina emancipata, lavoratrice e combattiva; un secondo padre-padrone, operaio licenziato col vizietto del guadagno facile; le ragazzine sfigate, cicciottelle, secchione e invidiose; giovani operai pasticcomani discotecari, che vivono alla giornata; il bello e dannato che fa la sua apparizione, assumendo il ruolo di defloratore; ragazze madri; spogliarelliste; e via scrivendo.
Così come non manca la scenetta sexy-pedo-porno-lesbo con tanto di guardone onanista, non manca nemmeno l’elemento suspense: un paio di incidenti con tragici risvolti, giri loschi e traffici strani, latitanti che vanno e vengono.
Non mancano i riferimenti politici: Silvio, l’11 settembre visto al bar, il mondo che cambia,… vogliamo parlare dell’abusato cliché dell’ambiente scolastico? Ma anche no, lo leggete da voi.
Gli eventi non vengono sviluppati: rimangono piatti, nessuna evoluzione,  tante microcronache di fatti che sono stati uniti sapientemente.
Un altro elemento appiattito e privato di sfumature è il linguaggio. Siamo a Piombino, in provincia di Livorno, tra le città che hanno una parlata e un vernacolo molto colorito: modi di dire, slang, cadenze particolari.
Nel libro non troviamo traccia di livornesità: né il famoso “Boia dé”, né un “m’importa ‘na sega”  e al posto di “troia” un “ber tegame” o “farda” ci poteva stare. (per approfondire)
Un libro, in definitiva, non entusiasmante, il cui tema centrale (l’amicizia? La difficile vita di periferia? Il conflitto generazionale?) mi sfugge: nel mare magnum degli  argomenti inseriti si fa fatica a comprendere dove si vuole andare a parare.

La Nera Signora

Antropologia della morte e del lutto



"Accettare la morte come l'unico vero evento ineluttabile dell'esistenza non è mai stato, in nessuna cultura e in nessuna epoca storica, un fatto naturale... Dalle popolazioni senza scrittura alla società contemporanea, questo volume ricostruisce e interpreta le tecniche del cordoglio, che garantisce la continuità della storia e trasforma l'inaccetabilità dell'evento fisiologico in rassicurante memoria"

di Antonio M. di Nola - studioso di Storia delle religioni e docente di Storia delle tradizioni e del folklore europeo.



Tra i molti libri, romanzi, saggi, semplici articoli che trattano il tema della morte, della sua attesa e del suo superamento, trovo questo lavoro molto completo.
Antonio di Nola tratta la morte, o meglio tratta dei rapporti che l'uomo ha instaurato con la morte.
L'opera è suddivisa in due parti, per un totale di poco più di 700 pagine.
Nella prima parte si parla della Morte, la Nera signora: come viene rappresentata, negata, evitata anche nel parlato (le evitazioni linguistiche), cos'è la buona e la malamorte, cosa succede a chi muore di malamorte, quali sono le sedi dei morti, fino ad arrivare alla lotta fra angeli e demoni. 
Molto interessante e sempre attuale il capitolo sulla predicazione del terrore. Come, ad esempio, nel Settecento i predicatori ricorrevano a diversi artefici per rappresentare gli aspetti macabri della morte e incutere terrore nelle anime degli spettatori; o come i padri gesuiti, le cui prediche missionarie erano dirette a incrementare nei devoti la paura, ricorrendo a processioni di flagellanti o scegliendo il cimitero come luogo di predica.
Nella seconda parte del libro abbiamo la Morte trionfata. il cordoglio, il lutto, le lamentazioni funebri, le tabuizzazzioni, gli equivalenti del lutto e della morte.
Ho letto con entusiamo questa parte, che accenna alla prefica: questa donna che è intermediatrice tecnica delle forme e dei modi della lamentazione. 
Una figura ancora presente in molte zone del Meridione, che da piccolo incontravo spesso ai funerali.
Nel complesso, più che un libro. è un manuale da tenere sempre sottomano: ricco di esempi, citazioni storiche, dati e immagini. 
Se vi siete mai chiesti perché molte cattedrali hanno teschi e ossa in bella vista, o perché vi siano immagini tanto macabre nelle chiese, o se volete conoscere riti pagani cristianizzati, riti di altre religioni che non differiscono molto dai riti cattolici, leggete questo libro!!
Un testo da far studiare durante l'ora di storia delle religioni ( se un giorno verrà istituita).

14/11/13

Gli Indifferenti, A. Moravia





"Ogni volta che osservava la mobilità e la continua agitazione della vita, 
la propria inerzia gli incuteva spavento"

02/10/13

Sangue di drago e squame di serpente - aNobii






"Un mondo fantastico fatto di unicorni, draghi dalle sette teste, centauri, grifoni, basilischi,sfingi,serpenti e animali fantastici e inconsueti ricorrono costantemente nella mitologia, nelle rappresentazioni figurate e nella letteratura di tutti i tempi.
In occasione dell'omonima mostra sugli animali fantastici nella mitologia e nell'iconografia, allestita presso il Castello del Buonconsiglio di Trento, la Biblioteca comunale propone un percorso di letteratura a tema."
Di seguito i libri consigliati dalla Biblioteca, con alcuni titoli aggiunti da me.

Sangue di drago e squame di serente - aNobii

25/04/13

"Il ritratto Bellini" di J. Goodwin


Il primo libro di Goodwin che ho letto, preso in biblioteca perché incuriosito dalla trama e dal soggetto.
La prima metà del racconto risulta ben costruita: i dettagli, le descrizioni (anche se a volte abbondano a discapito dello sviluppo della storia)e lo sfondo storico che via via divengono più netti nell'immaginario del lettore.
Proprio quando l'intreccio creato dovrebbe iniziare ad avere un risvolto, approdando ad una risoluzione, il racconto ritorna su se stesso: descrizioni ridondanti, superficiali, che sembrano piuttosto riempitivi, un voler allungare il brodo: manovra non necessaria. Ciò ha appesantito la lettura e a reso il finale un groviglio di nomi, fatti, antefatti, luoghi, persone che si muovono sulla scena cercando disperatamente di arrivare ad una soluzione logica.
Un romanzo che, comunque, consiglio di leggere ai ragazzi; un modo per far capire quanto della nostra cultura derivi anche dal mondo bizantino.

Più riguardo a Il ritratto Bellini

Sull'autore:
 http://it.wikipedia.org/wiki/Jason_Goodwin

Scheda dettagliata e biblioteche in cui è disponibile:
http://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=solr_iccu&rpnquery=%2540attrset%2Bbib-1%2B%2B%2540attr%2B1%253D7%2B%2540attr%2B4%253D6%2B%25229788806194925%2522&select_db=solr_iccu&totalResult=2&nentries=1&rpnlabel=+Codice+ISBN+%3D+9788806194925+&resultForward=opac%2Ficcu%2Ffull.jsp&searchForm=opac%2Ficcu%2Ferror.jsp&do_cmd=show_cmd&saveparams=false&&fname=none&from=1

04/10/11

Prometeo (ovvero l’illusione dell’immortalità umana)

Introduzione al mio elaborato "La Morte: Video-visioni"


Prometeo si oppose al volere degli dei per evitare agli uomini lo sterminio che era stato decretato loro e offrì loro una possibilità di salvezza.
Grazie ai doni ricevuti da Prometeo, l’umanità ha imparato a distinguere le stagioni, a riconoscere il sorgere ed il tramontare degli astri, ad usare i numeri e lettere.
In possesso d’ogni risorsa, capace di trovare sempre la strada grazie al possesso della “techné”, l’uomo estende il suo dominio sulle altre specie viventi e su tutta la natura.
Ma a nulla varrà questa sua capacità di trovare espedienti quando si ritroverà in presenza dell’Ade.
L’unico passaggio che l’umanità è incapace di superare è la morte; quest’ultima, oltre ad indicare il limite insuperabile dell’essere umano, rappresenta anche la condizione del progresso dell’umanità.
L’onnipotenza derivata dalla techné si arresta di fronte alla morte.
Ma, d’altro canto, il dono di Prometeo più prezioso è stato di aver distolto gli uomini da tenere lo sguardo fisso sulla morte.
Ciò che ha salvato il genere umano, consiste non nell’aver donato abilità prodigiose, ma semplicemente nell’averlo distratto dal guardare fisso la morte, volgendo altrove lo sguardo, dimenticando la morte (il gran beneficio).
Ma questo dono elargito da Prometeo è indissolubilmente un regalo che è anche un inganno.
Gli uomini sono legati alla vita come se essa non dovesse avere mai termine.
La “liberazione” degli uomini avviene attraverso l’imposizione di nuove catene, sostituendo alla visione della morte l’inganno di una vita, svincolata dalla prospettiva della fine.
Dona la vita, cancellando ciò che le conferisce il più intimo significato, libera dalla morte perché spinge gli uomini a guardare altrove. Essi pagheranno questo dono con l’inganno, non riusciranno a guardare il loro vero e inevitabile destino.
Se si guarda fissi la morte la vita è impossibile; mentre la speranza allontana la prospettiva dell’estinzione dell’essere umano, in quanto rende meno nitida, meno incombente la visione della morte.
Ciò accadeva quando il destino degli esseri umani era affidato ad una figura di mediazione tra Dio e l’uomo: Prometeo.
Cosa succede quando l’uomo diventa Prometeo a se stesso, quando cioè la sua emancipazione si esprime nel creare mezzi per una propria autonoma capacità di sopravvivenza?
Quali cure adotta per conseguire lo scopo di resistere di fronte alla minaccia della morte?
L’uomo adotta due strategie, una opposta all’altra.
Da un lato si afferma l’idea che quella più idonea sia di sottrarsi allo sguardo della morte, che ricalca il principio prometeico.
D’altro canto la via prescelta consiste nell’accettare la sfida implicita della morte, concentrando su di essa lo sguardo, ricordarla costantemente.
Il principio prometeico è alla base della società moderna: il distogliere lo sguardo dal proprio destino è dato non più da una figura di mediazione, ma dall’uomo stesso. L’illusione di una vita senza fine è regalata attraverso due strumenti:

-La politica sociale (illusioni del benessere materiale e prolungamento della vita);
-La religione (illusione di una vita ultraterrena).

Il donare queste speranze pone gli uomini in una situazione di schiavitù, li rende facilmente manovrabili. L’uomo si affida indistintamente e ciecamente alla religione o alla politica sociale, che, nuovi Prometeo, fanno dono all’uomo di un’illusione di immortalità.
A differenza di Prometeo, la dimenticanza della morte offerta agli uomini diventa uno strumento di controllo. Ne consegue che chi accetta il proprio destino, chi, in altre parole, ha lo sguardo fisso sulla morte, si pone come un individuo non facilmente controllabile.
Possiamo trarre due conclusioni:
-la rimozione della Morte facilita il mantenimento dell’ordine sociale,
-la Morte acquisisce un potere liberatorio attraverso il suo ricordo.

Bibliografia:
-Fuchs, W., “Le immagini della Morte nella società moderna. Sopravvivenze arcaiche e influenze attuali”. Einaudi , Torino 1973
-Curi, U., a cura di, “Il volto della Gorgone, la Morte e i suoi significati”,Bruno Mondadori Editori, 2001
-Cavicchia -Scalamonti, A.,a cura di,“Il  senso della Morte. Contributi per una sociologia della Morte”, Liguori Editore, Napoli 1984